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La discarica dello Stretto

Pare esserci di tutto nei fondali ormai degradati dello Stretto di Messina, una vera e propria discarica a cielo aperto, in uno degli scenari più incantevoli e suggestivi che ha dato vita alla storica leggenda di Scilla e Cariddi. Copertoni, parte di grondaie, lattine, plastica, materiale edile, legno, vestiti, resti di un fornello da cucina con pentole e mestolo e addirittura parti ammaccate di un’automobile. Questa l’amara scoperta dei ricercatori del Cnr dell’Università La Sapienza di Roma, che, partiti per realizzare la carta geologica del fondale a mille metri di profondità, si sono ritrovati di fronte i loro occhi uno scenario davvero sconfortante negli abissi dello Stretto. Del resto l’inquinamento marino è una delle alterazioni più diffuse e crescenti degli oceani del mondo, che è stata documentata in tutti gli ambienti marini, dalle acque superficiali costiere alle aree più remote come i poli e le isole oceaniche. Mentre grande attenzione viene ora data alla plastica e alle microplastiche, sia sulle spiagge che negli oceani, la distribuzione dei macro-rifiuti sul fondale Marino, soprattutto per le acque profonde, è ancora poco conosciuta. E si tratta di un grande divario di conoscenza, considerando che i fondali marini sono il posto in cui si accumulano tutti i detriti provenienti dalle fonti terrestri, che li trasformano nel più grande “centro di raccolta” dei rifiuti sulla Terra.

Gianluca Scopelliti